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	<title>Dott.ssa Linda Battilani - psicologo modena, psicologo maranello, psicologo sassuolo, psicoterapia , ansia, depressione, umore, attacco di panico, meditazione, rilassamento, cognitivo-comportamentale, psicologo bambini, psicologo coppia, comunicazione, perizia psicologica, autostima, psicologo stress, psicologo adolescente, mindfulness, consulenza psicologica &#187; Senza categoria</title>
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	<description>Psicologa-Psicoterapeuta cognitivo-costruttivista</description>
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		<title>I rischi nei bambini, attenzione genitori!!!!</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Oct 2017 12:13:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“C’è una tragedia silenziosa che si sta svolgendo proprio ora, nelle nostre case, e riguarda i nostri gioielli più preziosi: &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>“C’è una tragedia silenziosa che si sta svolgendo proprio ora, nelle nostre case, e riguarda i nostri gioielli più preziosi: i nostri bambini. Come riporta InformaSalus.it attraverso il mio lavoro con centinaia di bambini e genitori come ergoterapista, ho visto questa tragedia svolgersi proprio sotto i miei occhi. I nostri bambini sono in uno stato emotivo devastante!”. Inizia così un articolo di Victoria Prooday, una psicoterapeuta canadese (di origini ucraine) specializzata in ergoterapia e che lavora con bambini, genitori e insegnanti.</p>
<p>Come si legge nell’articolo (letto da 10 milioni di persone), negli ultimi 15 anni sono state pubblicate statistiche allarmanti circa il continuo aumento di disturbi psicologici nei bambini, che stanno raggiungendo livelli quasi epidemici:</p>
<p>– 1 bambino su 5 ha problemi di salute mentale<br />
– I disturbi dello spettro ADHD (deficit di attenzione/iperattività) sono aumentati del 43%<br />
– Fra gli adolescenti, la depressione è aumentata del 37%<br />
– Nei ragazzi tra i 10 e i 14 anni, i suicidi sono aumentati del 200%.<br />
– Quante altre prove ci servono per svegliarci?</p>
<p>Secondo l’autrice all’origine dei problemi attuali di molti bambini vi sarebbero i genitori e l’ambiente circostante.</p>
<p>Oggi i bambini vengono privati delle basi per un’infanzia sana, cioè: genitori emotivamente presenti, limiti ben definiti e figure di guida, responsabilità, alimentazione equilibrata e numero adeguato di ore di sonno, movimento e vita all’aria aperta, gioco creativo, interazioni sociali, opportunità di avere del tempo libero e momenti di noia.</p>
<p>Al contrario oggi ai bambini vengono offerti: genitori “digitalmente distratti”, genitori indulgenti che permettono ai figli di “comandare”, convincimento che tutto gli è dovuto, alimentazione non equilibrata e poche ore di sonno, vita sedentaria dentro casa, stimolazioni continue, babysitter tecnologiche, gratificazioni immediate, assenza di momenti di noia.</p>
<p>Cosa fare dunque? Ecco i consigli della psicoterapeuta ai genitori:</p>
<p>– Fissate dei limiti, e ricordate che voi siete i genitori del bambino, non degli amici.<br />
– Offrite al bambino uno stile di vita di bilanciato, ricco di ciò di cui ha bisogno, non solo di ciò che vuole.<br />
– Non abbiate paura di dire “No!” quando ciò che il bambino vuole non è ciò di cui ha bisogno.<br />
– Date a vostro figlio cibi nutrienti e limitate gli snack<br />
– Trascorrete almeno un’ora al giorno in uno spazio verde: andando in bici, camminando, pescando, osservando insetti o uccelli.<br />
– Mettete via i cellulari durante i pasti<br />
– Fate giochi da tavolo<br />
– Fate svolgere al bambino piccoli lavori domestici<br />
– Assicuratevi che il bambino dorma un numero sufficiente di ore in una camera priva di dispositivi tecnologici.</p>
<p>Insegnategli la responsabilità e l’indipendenza e non proteggetelo dai piccoli fallimenti. In questo modo, imparerà a superare le grandi sfide della vita.</p>
<p>– Non siate voi a preparargli lo zaino per la scuola, non portateglielo voi, se ha dimenticato a casa il pranzo o il diario non portateglielo a scuola, non sbucciate una banana per un bambino di 5 anni. Insegnategli piuttosto come si fa.</p>
<p>Cercate di ritardare le gratificazioni e fornitegli opportunità di “annoiarsi”, perché è proprio nei momenti di noia che si risveglia la creatività:</p>
<p>– Non ritenetevi la fonte d’intrattenimento dei vostri figli<br />
– Non curate la noia con la tecnologia<br />
– Non usate strumenti tecnologici durate i pasti, in macchina, al ristorante, nei supermercati. – – Usate questi momenti come opportunità per insegnare ai bambini a essere attivi anche nei momenti di noia<br />
– Aiutateli a creare un “kit di pronto soccorso” della noia, con attività e idee per questi momenti.<br />
– Siate presenti per i vostri bambini e insegnate loro come disciplinarsi e comportarsi:<br />
– Spegnete i cellulari finché i bambini non vanno a letto, per evitare di essere distratti<br />
– Insegnate al bambino come riconoscere e gestire la rabbia o la frustrazione<br />
– Insegnategli a salutare, a condividere, a stare a tavola, a ringraziare<br />
– Siategli vicini dal punto di vista emotivo: sorridetegli, abbracciatelo, leggete per lui, giocate insieme.</p>
<p>“Occorre fare dei cambiamenti nella vita dei nostri bambini prima che un’intera generazione vada sotto farmaci. Non è ancora troppo tardi, ma presto potrebbe esserlo”, conclude  Victoria Prooday.</p>
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		<title>Ansia è&#8230; rovinarsi il presente pensando al futuro</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Sep 2017 13:16:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[battilani]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ansia è una malattia del nostro tempo. Contagiosa e in costante aumento perché la società attuale la “coltiva”: viviamo tutti &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’ansia è una malattia del nostro tempo. Contagiosa e in costante aumento perché la società attuale la “coltiva”: viviamo tutti la sensazione di minacce future che sono presenti ma non sappiamo bene quali siano e se ci riguarderanno davvero, una su tutte il terrorismo. Secondo il saggista Louis Menard, «l’ansia è il cartellino del prezzo della libertà umana» e lo psichiatra Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, conferma: «In passato le paure erano più “normate” e si affrontavano attraverso ritualità collettive. Oggi ciascuno è solo di fronte ai suoi timori e l’ansia cresce e si diffonde: se viviamo in un ambiente ansiogeno più facilmente diventiamo ansiosi».</p>
<p>Una coscienza del problema che però non porta dal medico</p>
<p>Così, accanto alle fobie, per molti il vero problema è un disturbo d’ansia generalizzata quando non addirittura di attacchi di panico, acuti e devastanti, in cui l’ansia sale a un livello parossistico e si teme di morire, di perdere il controllo, di impazzire. «L’ansia generalizzata, come le fobie, compare in genere da giovani o giovanissimi e tende a persistere nel tempo; gli attacchi di panico rapidamente iniziano a ripetersi spesso e non di rado si complicano con l’agorafobia, la paura di trovarsi in spazi aperti o in situazioni cui si ha la sensazione di non avere una via di fuga come, banalmente, stare chiusi in macchina in mezzo al traffico — spiega Bernardo Carpiniello, presidente eletto della Società Italiana di Psichiatria —. I pazienti con ansia generalizzata si rendono conto di avere preoccupazioni eccessive e inappropriate, ma non riescono a venirne a capo e spesso prima di riconoscere di avere un disturbo d’ansia si sottopongono a innumerevoli visite mediche, ipotizzando le più improbabili malattie organiche, tuttora più “facili” da ammettere con se stessi di un problema mentale anche se oggi lo stigma sociale è certamente minore rispetto al passato. La maggioranza di chi soffre di ansia generalizzata prima o poi tenta di curarsi, spesso con il fai da te a base di valeriana, fiori di Bach o simili, con esiti alterni e parziali; se si verifica un evento stressante, però, il precario equilibrio si spezza e si ricorre magari all’ansiolitico, che se mal gestito può creare problemi.</p>
<p>Antidepressivi molto efficaci</p>
<p>«Gli antidepressivi — continua Carpiniello — sono molto efficaci nella terapia cronica dell’ansia generalizzata e anche negli attacchi di panico, dove il trattamento con i farmaci è spesso la prima scelta e la richiesta di aiuto in genere arriva prima, visti gli effetti devastanti della patologia sulla qualità di vita». Rovinarsi il presente pensando al futuro è l’atteggiamento dell’ansioso e come spiega Mencacci: «La sfida è aiutare il paziente a tollerare l’oggi, a spostare il pensiero altrove e su diverse modalità di reazione ai fatti, a vivere le emozioni senza credere che tutto influenzerà il domani. Anche approcci diversi dal farmaco, quindi, sono molto utili: possono aiutare le varie forme di psicoterapia ma anche l’ipnosi, il biofeedback, il training autogeno o alcune tecniche di meditazione e respirazione come lo yoga». Molti pazienti preferirebbero curare l’ansia senza medicine, ma spesso non è semplice come sottolinea Carpiniello: «Detto che i farmaci non modificano il cervello come molti temono e se usati bene, sotto controllo medico, sono spesso assai efficaci, va anche ammesso che molti non accedono ad altrettanto valide psicoterapie perché sono più costose e le strutture pubbliche difficilmente riescono a erogarle per i disturbi d’ansia. Il Servizio Sanitario deve occuparsi prioritariamente delle malattie mentali gravi e l’ansia, per quanto non di rado invalidante, non è considerata tale».</p>
<p>Alcuni disturbi compaiono già a 7-8 anni</p>
<p>I disturbi d’ansia, nel loro complesso, sono la patologia psichica più frequente: si stima che almeno il 5 per cento delle persone soffra di ansia persistente nel corso della vita e le donne hanno un rischio doppio rispetto agli uomini di svilupparla. Due ansiosi cronici su tre soffrono anche di un altro disturbo fra fobia sociale, fobie specifiche o attacchi di panico e i giovanissimi non ne siano immuni. «Le fobie “singole” possono comparire anche attorno ai sette, otto anni — spiega Bernardo Carpiniello, presidente eletto della Società Italiana di Psichiatria —. Anche il disturbo d’ansia sociale è precoce: in genere si sviluppa durante l’adolescenza e lo stesso vale per l’agorafobia. In alcuni casi le fobie specifiche si attenuano o risolvono crescendo, ma in generale senza intervento non si guarisce. Purtroppo molti impiegano anni prima di capire che i malesseri provati in alcune situazioni, che pian piano si eludono sono in realtà disturbi d’ansia».</p>
<p>Genetica, ambiente ed esperienze all’origine dei nostri «allarmi»</p>
<p>Perché alcuni diventano fobici o ansiosi?«Non esiste una causa singola, di certo fobie e ansie nascono da un mix di fattori predisponenti ed esperienze di vita – dice Bernardo Carpiniello, psichiatra dell’università di Cagliari –. Un inadeguato superamento dell’attaccamento alla madre, per esempio, può avere un ruolo: l’attaccamento fisico e psicologico è un fenomeno biologico fondamentale nelle prime tappe di vita e il bimbo deve sentirsi protetto e rassicurato per poter andare oltre e sviluppare un’autonomia, ma se questo processo è “disturbato” da una mamma che trasmette segnali d’ansia, verbali e non, può non completarsi appieno e favorire lo sviluppo di ansie e fobie». Se ogni minimo evento durante l’infanzia crea allarme il bimbo inevitabilmente crescerà ansioso, ma come spiega lo psichiatra Claudio Mencacci talvolta le basi per un futuro “agitato” si possono porre perfino prima, in gravidanza: «Se la madre soffre d’ansia durante l’attesa, l’ormone dello stress, il cortisolo, passa attraverso la placenta e “colpisce” il patrimonio genetico del feto, provocando modifiche epigenetiche (alterazioni del Dna che ne cambiano l’espressione ma non la sequenza, ndr) che predispongono all’ansia». Se le cause sono poco chiare, le conseguenze di fobie e ansie non risolte sono invece ben più note: «L’ansia induce un’infiammazione generalizzata che, a cascata, favorisce malattie cardiovascolari, disturbi del sonno, patologie metaboliche. Inoltre può aprire le porte alla dipendenza dall’alcol visto che molti provano a sedare le emozioni ricorrendo alla bottiglia, e anche alla depressione, spesso associata o conseguente ai disturbi d’ansia: nel caso della fobia sociale, la probabilità di depressione può arrivare fino al 70 per cento», conclude Mencacci.</p>
<p>C’è anche chi teme il burro di arachidi</p>
<p>Le fobie sembrano davvero infinite: c’è chi non riesce a guardare un ombelico senza tremare o chi ha il terrore degli uomini calvi, chi ha un’avversione assoluta per i peli di qualunque sorta, suoi e altrui, o chi ha la fobia del burro d’arachidi per un’irragionevole timore che si attacchi al palato. Le fobie censite sono centinaia e spesso le più insolite sono abbastanza facili da spiegare perché insorgono dopo un evento traumatico: un uomo barbuto con cui si è avuta una brutta esperienza nell’infanzia o che ci abbia spaventato in una favola, un calvo a cui si associa un ricordo negativo e così via. «In questi casi di solito il paziente ha una predisposizione personale all’ansia, poi la fobia si scatena con un evento che fa da “detonatore” e la paura si appunta quindi su una qualsiasi situazione od oggetto che viene collegato al fatto», dice lo psichiatra Bernardo Carpiniello. Da qui la vastità delle possibili fobie specifiche, anche se le più diffuse sono relativamente poche e sono quelle che riguardano gli animali (serpenti, insetti, topi ma anche cani o gatti), le situazioni in cui ci si può trovare come i luoghi chiusi, i ponti o gli elementi naturali come l’acqua.</p>
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		<title>Disturbi psicosomatici: COLON IRRITABILE</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2016 06:58:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[battilani]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[colon irritabile]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi gastrointestinali]]></category>
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		<description><![CDATA[I disturbi delle funzioni gastrointestinali sono un gruppo di disturbi psicosomatici caratterizzati da un’eziologia sconosciuta, criteri diagnostici poco chiari, periodi &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>I disturbi delle funzioni gastrointestinali sono un gruppo di disturbi psicosomatici caratterizzati da un’eziologia sconosciuta, criteri diagnostici poco chiari, periodi prolungati di malattia e scarsa responsività ai farmaci. Tra i più di 25 disordini della funzionalità intestinale conosciuti, la Sindrome da Colon Irritabile (Irritable Bowel Syndrome-IBS) è il disturbo più diffuso, il più costoso in termini di trattamenti e il più debilitante.<br />
Questo disturbo è caratterizzato da cambiamenti nella funzionalità intestinale, dolore e gonfiore addominale e disagio associato senza nessuna anormalità strutturale rilevabile. La prevalenza risulta alta, in Italia si parla del 18% della popolazione, mentre negli Stati uniti si arriva al 22%, ed il genere più colpito è quello femminile. Chi soffre di questo disturbo tende, solitamente, a rivolgersi in prima battuta a medici specialisti, sottovalutando la prevalente causa psicologica di questa condizione. È ormai assodato che ci sia una relazione significativa tra i sintomi dell’IBS, i livelli di ansia e le esperienze traumatiche precoci. Questi sintomi, infatti, sono la manifestazione clinica di una disregolazione del sistema bidirezionale intestino-cervello, che lega le funzioni gastrointestinali ai centri cognitivi ed emotivi del nostro cervello. L’amigdala, la corteccia prefrontale e l’ippocampo mediano le funzioni dell’intestino, così come regolano stati emotivi e comportamenti. Inoltre più della metà dei pazienti affetti da IBS riportano anche altri disturbi come depressione, panico, agorafobia e fobie specifiche. Questa condizione fisicamente ed emotivamente debilitante porta, infine, ad una riduzione drastica della qualità della vita con importanti complicazioni nella vita professionale, relazionale e personale influenzando le performance e limitando la percezione di piacevolezza nelle attività. Risulta chiaro quanto possa essere d’aiuto un approccio non solo medico, ma anche psicoterapeutico nell’affrontare questa condizione.<br />
Il modello CBT (Cognitive-Behavioral Therapy – Terapia Cognitivo-Comportamentale) affronta l’IBS su diversi piani, sostenendo che i sintomi siano figli dell’interazione di fattori psicologici, fisiologici e sociali. Il trattamento cognitivo comportamentale prevede varie componenti, come la psicoeducazione sull’IBS, sull’alimentazione e sul ciclo sonno-veglia, l’apprendimento di tecniche di rilassamento, strategie di gestione dell’ansia e l’educazione all’assertività. Si interviene sui pensieri automatici negativi, che accompagnano i sintomi IBS e che, aumentando la componente ansiosa (“qualcosa di pericoloso sta per accadere”), perpetuano e aggravano la percezione di dolore corporeo e disagio emotivo.  Imparando a riconoscere, inoltre, i meccanismi di attenzione selettiva e agendo su di essi si disinnescano i comportamenti maladattivi e le sensazioni di non padronanza delle proprie reazioni, che aprono la strada all’evitamento. In aggiunta, qualora se ne riscontri la presenza, un obiettivo di lavoro è anche quello di diminuire la tendenza alla catastrofizzazione, le frequenti doverizzazioni e gli standard elevati personali e sociali che nei pazienti con IBS possono aggravare e mantenere il problema.<br />
Gli studi di ricerca ci mostrano che gli strumenti CBT risultano già efficaci nel trattamento dell’IBS, ma che alcuni approcci rafforzano nel tempo i risultati ottenuti. Molte ricerche hanno esplorato gli effetti, sia nel breve che nel lungo termine, di approcci basati sulla Mindfulness, rilevandone i grandi benefici.  Con le tecniche di Mindfulness si sviluppa un atteggiamento di non reazione ed accettazione delle emozioni e delle sensazioni negative, attenuando automaticamente l’attivazione dei meccanismi cognitivi che abbiamo visto influenzare l’iper reattività intestinale. Un atteggiamento mindful permette alle emozioni di compiere il loro naturale corso e tornare alla baseline, piuttosto che essere trattenute ed intensificate dal rimuginio. Si riduce inoltre l’attenzione selettiva alle componenti sensoriali del dolore, rendendo la percezione del dolore più sopportabile e riducendone la catastrofizzazine. L’applicazione della Mindfulness induce un miglioramento nella qualità della vita così come ha effetti sulle strategie di coping, allevia i sintomi depressivi e i livelli di ansia.  In definitiva, quindi, la terapia cognitivo-comportamentale ci aiuta ad affrontare un disagio fisico fronteggiando e gestendo le implicazioni emotive, cognitive e comportamentali che esso porta con sé, aumentando la consapevolezza di tali meccanismi e favorendo l’apprendimento di nuove strategie più funzionali al proprio benessere sia fisico che emotivo.</p>
<p>Elena Micheli</p>
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		<title>Equilibrio tra distanza e vicinanza nelle relazioni. Il dilemma del porcospino.</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2016 07:44:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quanto sono carini i porcospini. Che cosa siamo in grado di imparare da loro? Una delle cose che questi animaletti &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quanto sono carini i porcospini. Che cosa siamo in grado di imparare da loro? Una delle cose che questi animaletti possono insegnarci è che le relazioni sono un complicato atto di equilibrio tra vicinanza e distanza.</p>
<p>E non importa se intendiamo per relazione un rapporto di amore, o un&#8217;amicizia stretta. Ogni rapporto si organizza in modo simile.</p>
<p>Il filosofo tedesco Schopenhauer affrontò questo dilemma quando scrisse del mito del porcospino. Per parafrasare la sua storia, Schopenhauer ha scritto di una notte d&#8217;inverno in cui una colonia di porcospini cominciò a sentire freddo.</p>
<p>&#8220;Nel tentativo di riscaldarsi gli animaletti cominciarono a stringersi vicino, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l&#8217;uno dall&#8217;altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell&#8217;altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali…&#8221;</p>
<p>È questo ciò che ci capita di fare all&#8217;interno delle nostre relazioni affettive?</p>
<p>Noi desideriamo stare vicini ma, quando lo siamo, l&#8217;intensità della fusione può diventare soffocante e dolorosa. Così ci capita spesso di scappare via. Non appena allontanatici, cominciamo ad avvertire un senso di paura: la paura di restare soli. Così, per porre rimedio a questo &#8220;male&#8221; torniamo indietro ad abbracciarci fino a quando tutto ciò non arriva ad essere di nuovo &#8220;troppo&#8221; e insostenibile.</p>
<p>Qual è per te, allora, il pericolo in un rapporto? La sensazione di essere pienamente conosciuto o la paura di conoscere pienamente qualcun altro? Una citazione da uno dei miei autori preferiti D.W. Winnocott coglie questa dinamica, &#8220;E&#8217; una gioia stare nascosti, ma è un disastro non essere trovati.&#8221;</p>
<p>Trovare equilibrio nei rapporti</p>
<p>Come possiamo trovare l&#8217;equilibrio tra vicinanza e distanza, tra il nasconderci e l&#8217;essere scoperti o trovati (immaginate come se in quel momento stessimo giocando a nascondino)?</p>
<p>Per prima cosa, per raggiungere questo equilibrio è necessario essere sicuri di se e sentirsi a proprio agio con ciò che siamo. Questo è il primo passo attraverso cui possiamo correre il rischio di farci scoprire e di stare vicini ad un&#8217;altra persona. Il segreto è di amare te stesso prima di poter veramente amare qualcun altro.</p>
<p>Ciò significa che dobbiamo aver chiaro chi siamo al di là dell&#8217;altro. L&#8217;obiettivo è quello di stabilire i nostri stessi confini. E se ti stai chiedendo &#8220;Chi sono io?&#8221;, beh, penso sia il caso di esplorare questa domanda un po&#8217; di più.</p>
<p>Chi sono io: stabilire i propri confini per avvicinarsi all&#8217;altro</p>
<p>Pensa a cosa ti piace fare. Nomina le cose che ti rendono felice, quelle che portano valore nella tua vita. Possono anche essere hobby o passatempi, ma l&#8217;idea l&#8217;importante è che essi siano i singoli fattori che ti compongono come persona.</p>
<p>Dopo aver fatto questo, ricorda di essere anche parte di una tua filosofia. Ad esempio, come ti senti rispetto alla recente politica e perché? Che cosa mangi, e che cosa ti ha portato a comprare i vestiti che indossi? Va bene se non conosci risposta a queste domande, ma l&#8217;idea che voglio passarti è l&#8217;importanza di cominciare a &#8220;riconoscere&#8221; ciò che ti ha portato a compiere le tue scelte.</p>
<p>Possedere un proprio senso d&#8217;identità può aiutarti a impostare quei confini interni che impediscono agli altri di travalicare chi sei, quello che senti, e come prendi le tue decisioni. Quando stabilisci il tuo personale insieme di confini, sarai in grado, in sostanza, di capire e mettere in pratica l&#8217;equilibrio dei porcospini.</p>
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		<title>No a tablet e smartphone per calmare i bimbi</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2016 09:22:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[DURANTE un pranzo da amici o la sera di fronte a un film, capita di voler calmare i propri bambini &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>DURANTE un pranzo da amici o la sera di fronte a un film, capita di voler calmare i propri bambini per godersi in pace un momento di relax. E allora si ricorre agli schermi dei nosrti tablet e smartphone, dispositivi che hanno la capacità di ammaliare i piccoli utenti. Ora però un team di scienziati mette in guardia dalla &#8220;tata-tablet&#8221;: utilizzare smartphone o iPad per distrarre i piccoli in crisi da capricci potrebbe nuocere al loro sviluppo emotivo. Ai bimbi &#8220;urlanti&#8221;, infatti, va dato il tempo di calmarsi da soli, avvertono i ricercatori della statunitense Boston University School of Medicine, autori di un commento sulla rivista Paediatrics. Per gli psicologi infantili un intervento immediato e invadente della &#8220;tata-tablet&#8221; impedisce ai bebè di imparare a controllare le proprie emozioni, mentre i bambini hanno bisogno di trovare il modo di autoregolare i loro sentimenti, piuttosto che mascherarli o &#8220;coprirli&#8221; con distrazioni offerte da programmi o giochi.</p>
<p>&#8220;Oggi i dispositivi mobili sono ovunque e i piccoli li utilizzano con maggiore frequenza già in tenera età. Ma l&#8217;impatto che questi nuovi schermi sta avendo sul loro sviluppo e comportamento è ancora relativamente sconosciuto&#8221;, fa notare Jenny Radesky della Boston University al Telegraph. Quello che però è stato ben studiato è l&#8217;effetto di &#8220;mamma tv&#8221;: &#8220;L&#8217;aumento delle ore trascorse davanti al televisore riduce lo sviluppo delle competenze linguistiche e sociali, sottolinea l&#8217;esperto. &#8220;Allo stesso modo&#8221;, anche il ricorso intensivo al<br />
tablet, &#8220;sostituisce la quantità di tempo trascorsa a impegnarsi in un&#8217;interazione diretta con esseri umani&#8221;. Il monito degli scienziati è: &#8220;Se questi dispositivi diventano il metodo predominante per calmare e distrarre i bambini, questi saranno poi in grado di sviluppare i loro meccanismi interni di auto-regolazione?&#8221;.</p>
<p>Per gli esperti i dubbi ci sono. Ma diverso è il discorso del tablet usato come &#8220;aiuto-maestro&#8221;. I ricercatori hanno passato in rassegna anche questo aspetto e ricordano: alcuni studi hanno rilevato che eBook e altri media interattivi, o anche applicazioni per imparare a leggere, possono essere utili a insegnare il vocabolario e la comprensione della lettura, ma solo nei bambini in età prescolastica o ancora più grandi. La differenza sta dunque nell&#8217;età e nell&#8217;utilizzo che si fa di uno schermo: se vi si ricorre per distrarre i bambini durante attività banali, potrebbero rivelarsi dannosi per lo sviluppo sociale ed emotivo. Un ricorso intensivo al tablet in versione &#8220;tata&#8221; per Radesky può interferire con la capacità del bebè di &#8220;educarsi&#8221; &#8220;all&#8217;empatia e di acquisire competenze sociali e di problem solving. Qualità che si ottengono tipicamente esplorando, con il gioco non strutturato e l&#8217;interazione con i coetanei. Questi dispositivi possono anche sostituire attività pratiche importanti per lo sviluppo di competenze sensomotorie e visuomotorie, che rappresentano una base per l&#8217;apprendimento e l&#8217;applicazione di scienza e matematica&#8221;.<br />
Lo studio ha anche mostrato che tablet, eBook e App di vario genere sono &#8220;sprecate&#8221; per i bimbi sotto i due anni e mezzo e risultano più efficaci se usate con i genitori. Il tutto senza entrare nel merito di eventuali danni &#8220;fisici&#8221; a lungo termine legati al fatto che un bambino cominci fin da piccolo a stare incollato a uno schermo e sottoponga le manine a gesti ripetitivi e intensivi per le dita, dato sul quale anche un&#8217;associazione di docenti ha lanciato un monito, puntando il dito contro la sovraesposizione ai tablet per il boom di bimbi incapaci di svolgere compiti semplici come l&#8217;uso di banali costruzioni. &#8220;In questo momento&#8221;, chiosa Radesky, suggerendo l&#8217;importanza di incoraggiare il tempo di qualità trascorso in famiglia, &#8220;ci sono più domande che risposte, quando si tratta di dispositivi mobili&#8221;.</p>
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		<title>Cos&#8217;è il PAVOR NOCTURNUS?  Si tratta di un disturbo del sonno&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2016 09:19:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[disturbo del sonno]]></category>
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		<description><![CDATA[Il pavor nocturnus è un disturbo del sonno che colpisce sia gli adulti che i bambini. Scopriamo con l&#8217;aiuto del &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il pavor nocturnus è un disturbo del sonno che colpisce sia gli adulti che i bambini. Scopriamo con l&#8217;aiuto del neuropsichiatra infantile Lino Nobili come riconoscerlo e quali possono essere cause e rimedi.</p>
<p>Vostro figlio si alza dal letto e urla nella notte. Se provate ad avvicinarvi la situazione non fa che peggiore e cerca anche di colpirvi con le sue manine e i calci. Nel caso vi capitasse di assistere a un episodio del genere non vi spaventate perché si tratta di un disturbo del sonno. Il pavor nocturnus o terrore notturno è una parasonnia che si manifesta nella fase Non-Rem del sonno. Questo disturbo, che può colpire anche in età adulta, si differenzia dai normali incubi, perché il soggetto che ne soffre generalmente non ne ha minimamente ricordo al risveglio. Abbiamo intervistato il Dott. Lino Nobili, neuropsichiatra infantile e responsabile del centro di Medicina del Sonno dell’ospedale Niguarda di Milano per saperne di più sui terrori notturni, che colpiscono tra l’1 e il 6% della popolazione.</p>
<p>Il pavor nocturnus, chiamato anche terrore notturno o pavor notturno o terrore del sonno, è un disturbo del sonno appartenente alla famiglia delle parasonnie. Si verifica nella fase Non-Rem, quella del sonno profondo, ed è più frequente nei bambini tra i 3 e i 12 anni, ma come precisa il dott. Nobili: «Può estendersi anche in età adulta così come si può anche cominciare a soffrirne da adulti. Spesso chi soffre di pavor può avere sonniloquio, ovvero parlare nel sonno». Chi soffre di pavor nocturnus improvvisamente nel cuore della notte può urlare o piangere come fosse in preda a un forte terrore. L’espressione può essere molto spaventata, lo sguardo tuttavia può essere come “nel vuoto”; il soggetto spesso non riconosce i familiari, come i genitori o il compagno/a, che gli stanno accanto. Se qualcuno prova a toccarlo può far peggiorare il suo terrore e può anche scatenare azioni violente. I muscoli sono tesi, la sudorazione intensa ed è presente tachicardia. Finito l’attacco di pavor nocturnus il bambino o la persona adulta torna a dormire e il mattino dopo generalmente non conserva ricordo dell’accaduto, su cui vi è una sorta di amnesia. Gli attacchi di terrore hanno una durata variabile, dai 5 ai 30 minuti e o finiscono con l&#8217;addormentamento immediato del bambino (che in realtà mai si è svegliato del tutto) o con il suo risveglio, nel quale il piccolo può palesare uno stato d&#8217;animo diametralmente opposto a quello espresso durante l&#8217;attacco di Pavor.</p>
<p>Il Pavor nocturnus è pericoloso?</p>
<p>La preoccupazione dei genitori, quando si manifesta il pavor nocturnus, è sempre per la salute fisica e psicologica del proprio piccolo. In realtà i terrori notturni non sono pericolosi, a meno che non si associno al sonnambulismo, come ci conferma il dott. Nobili: «Il pavor nocturnus di per sé, quando il bambino si siede sul letto e piange, non ha alcun effetto negativo, se non quello che può frammentare un po’ il sonno se gli episodi sono molto frequenti oppure potrebbe essere il sintomo che c’è qualcosa che non va nel sonno e che determina dei risvegli, sui quali si verifica il pavor. Ad esempio, un bambino che russa o che ha delle apnee notturne può avere il terrore notturno se predisposto».</p>
<p>Può diventare pericoloso se si associa al sonnambulismo perché c’è deambulazione. Ma, osserva lo specialista, ciò che è pericoloso è il sonnambulismo in sé, anche «senza pavor nocturnus, perché di nuovo il cervello è in una situazione che non è razionale e non percepisce ciò che sta intorno a lui, per cui il soggetto è in grado di camminare ma non percepisce perfettamente ciò che ha davanti. Di fronte a una ringhiera del balcone, ad esempio, potrebbe scavalcarla. Purtroppo mi è capitato di avere episodi in cui una persona durante un episodio di sonnambulismo si è fatta male o ha fatto male a qualcun altro. Se il pavor si associa a sonnambulismo, quindi, la prima cosa da fare è far dormire il bambino in un ambiente protetto. È chiaro che dormire al terzo piano con le finestre aperte o in una casa con scale o qualsiasi elemento possa creare dei problemi, espone al pericolo se c’è sonnambulismo. Per fortuna non sono casi frequenti, ma quando accadono sono estremamente gravi».</p>
<p>Le cause del pavor nocturnus.</p>
<p>La causa alla base del pavor nocturnus è sempre la predisposizione genetica, a cui si sommano delle cause scatenanti dell&#8217;episodio di terrore. Ogni fattore che può provocare un risveglio in una persona, in chi è predisposto geneticamente al pavor può dar luogo al fenomeno. Al momento non è stato individuato un gene singolo responsabile di questa patologia, per cui si ritiene che possa essere multifattoriale. Le principali cause di risveglio sulle quali si innesta il pavor sono</p>
<p>    deprivazione di sonno,<br />
    apnee notturne,<br />
    russamento,<br />
    ipertrofia adenoidea,<br />
    ipertrofia tonsillare,<br />
    asma notturno,<br />
    febbre,<br />
    reflusso gastroesofageo,<br />
    rumori o luci durante il sonno,<br />
    stress.</p>
<p>Per le cause suddescritte è possibile che i primi attacchi di terrore si manifestino in coincidenza di avvenimenti tipici dello sviluppo del bambino, quali l&#8217;inizio della scuola, lo spannolinamento o l&#8217;arrivo in casa di un fratellino o sorellina. Come precisa il dott. Nobili: «generalmente a soffrire di Pavor sono i bambini che hanno un sonno estremamente profondo, e questo ci spiega anche perché uno stimolo che dovrebbe indurre il risveglio in realtà induce un risveglio parziale, non completo, è questo il tappeto su cui si sviluppano pavor o sonnambulismo».</p>
<p>Importanti anche le buone abitudini, perché: «Una delle cause più frequenti è la deprivazione di sonno che, aumentando il sonno profondo, facilita questi eventi. Stessa cosa rumori nella stanza o dormire accanto a qualcuno che si muove e che quindi facilita dei risvegli. Bisogna sempre ridurre i possibili “stimoli” esterni o interni che possano produrre risvegli in un bambino predisposto ad avere delle parasonnie. La più frequente causa nei bambini sono le apnee, ad esempio l’ipertrofia adenotonsillare che provoca russamento e apnee».<br />
Pavor nocturnus del bambino: cosa fare.</p>
<p>Cosa fare durante una crisi.</p>
<p>I genitori spesso non sanno come agire quando il loro bambino inizia a piangere e urlare durante la notte, eppure un intervento non corretto può causare un peggioramento del disturbo. Come spiega il dott. Nobili: «A causa dello spavento, la cosa che cercano di fare con più frequenza i genitori è interagire col bambino, magari in maniera brusca, e questo talvolta crea un peggioramento del disturbo. Il bambino, che durante il pavor è in uno stato di dissociazione – quindi non è né sveglio né addormentato – più resta in questo stato più può aggravarsi come intensità o durata delle manifestazioni. I genitori spaventandosi cercano di svegliarlo, ma in realtà spesso mantengono il cervello del bambino in questo stato di indeterminazione. A volte il bambino potrebbe riaddormentarsi da solo paradossalmente, invece alcuni genitori al primo accenno di pianto cercano di svegliarlo o tranquillizzarlo e questo ha un effetto negativo. Non c’è un comportamento definito e unico. Bisogna un po’ anche conoscere il bambino. Il consiglio è sempre quello di evitare di spaventarsi e di non mettere in atto dei comportamenti bruschi. La cosa migliore è cercare di riaccompagnarlo a letto, farlo stendere. È normale che a volte il pianto del bambino possa essere estremamente di lunga durata così da indurre il genitore spaventato a cercare di tranquillizzare il proprio bambino, ma è normale anche che non si riesca nell’impresa perché è una cosa abbastanza frequente che l’episodio possa durare a lungo, non bisogna preoccuparsi».</p>
<p>Il bambino può anche avere una reazione violenta nei confronti dei genitori durante il terrore notturno, come ci ricorda il dott. Nobili: «A volte, se il genitore prova ad avvicinarsi al bambino, questo può anche avere reazioni violente, come tirare calci. Il bambino essendo in questo stato in cui manca la parte razionale, quella consapevole di quello che succede, è infastidito da tutto quello che c’è intorno. In realtà lui vorrebbe addormentarsi, la “pressione” del sonno è molto forte. Il cervello produce attività lenta come se il soggetto stesse ancora dormendo, cosa che il bambino vorrebbe anche fare ma c’è qualcosa che lo disturba, per cui può avere comportamenti inadeguati. Questo succede nel bambino ma anche nell’adulto, come in tutte le situazioni in cui il comportamento non è guidato da un cervello razionale. Interagire con lui in questa fase può determinare con estrema frequenza dei comportamenti oppositivi. Per questo consiglio di non interagire in maniera brusca e semmai tranquillizzarlo con delle parole. Se un genitore si rende conto che c’è modo per svegliarlo dolcemente può essere una strategia, altrimenti meglio metterlo nella condizione di potersi riaddormentare, anche se un attacco di pavor nocturnus può durare qualche minuto. La mia esperienza, avendone anche registrati di episodi di questo tipo, è che più il genitore interagisce con lui cercando di calmarlo, più l’episodio può durare a lungo. Dipende dalla capacità che ha il genitore di trasmettere tranquillità, in questa fase in cui il cervello non percepisce in maniera “normale” le informazioni dall’esterno».</p>
<p>Cosa fare l&#8217;indomani mattina.</p>
<p>Il bambino – o l&#8217;adulto – si sveglia terrorizzato, piange, si dimena e appare più o meno estraneo e insensibile al contesto in cui si trova. Poi spesso si riaddormenta all&#8217;improvviso, comunicando con i tratti distesi del volto tutta la placida tranquillità del sonno. L&#8217;attacco di terrore è passato e per questo, suggerisce il neurologo, «dal momento che il bambino non ricorda niente dell’episodio, evitate di raccontargli tutte le cose che ha fatto la notte perché così il piccolo inizia a chiedersi cosa abbia di diverso. In realtà il bambino non è assolutamente consapevole che di notte ha urlato e pianto, non si ricorda nulla».<br />
La diagnosi del Pavor nocturnus.</p>
<p>La diagnosi del pavor nocturnus viene fatta in prima battuta dal medico di famiglia, in base a quanto riferito dal paziente o dai suoi genitori nel caso si tratti di un bambino. Se il medico ritiene che gli episodi siano molto frequenti o ci siano dubbi sulla patologia vi consiglierà di rivolgervi a un Centro di Medicina del sonno. Il dott. Nobili ci spiega: «La diagnosi è clinica, il paziente o i genitori raccontano gli avvenimenti notturni. Ad esempio un bambino che dopo circa 40 minuti dall’addormentamento si sveglia e piange è un dato clinico che ci fa pensare al pavor».</p>
<p>A volte può esserci bisogno di un esame più approfondito per avere una diagnosi certa e individuarne magari le cause scatenanti: «Quando gli episodi sono frequenti e numerosi bisogna indagare se ci sono delle cause e diventa necessario studiare il sonno di questi bambini. In questa circostanza si fa la video-polisonnografia notturna, che non è indicata nella maggioranza dei casi, ma nei più gravi può dare informazioni molto utili. È un esame che permette di registrare sia l’elettroencefalogramma che l’attività respiratoria e tanti altri parametri. È innocuo ma bisogna farlo in un laboratorio attrezzato, come succede nei Centro di Medicina del sonno, dove il paziente viene monitorato anche con un video. Non essendo molti i centri di questo tipo non si può fare immediatamente ma per fortuna non sono così frequenti i casi in cui occorre fare delle indagini così approfondite. Come centro specializzato, ci capita spesso di avere bambini che hanno delle parasonnie molto frequenti e qualche volta anche severe, e quindi facciamo questi esami, ma il medico di famiglia ne vede probabilmente molti di più, e che non hanno necessità di fare ulteriori approfondimenti».</p>
<p>Pavor nocturnus, allucinazioni e disturbi psicologici.</p>
<p>Molti genitori sono convinti che il pavor nocturnus nel bambino sia il prodromo di disturbi psichici nell’adulto, ma questa ipotesi non è suffragata da evidenze scientifiche. Nel corso di una crisi la mamma e il papà cercano di tranquillizzare il piccolo perché, spiega lo specialista, «pensano che gli episodi di pavor siano legati a un fattore emotivo e invece di fatto non c’è evidenza che ci siano dei fattori psicologici nel bambino. Come in tutte le cose, è chiaro che se il bambino si è spaventato durante il giorno, gli episodi si possono accentuare, sempre che ci sia una predisposizione, ma non sono legati a un malessere psicologico profondo». Viceversa, se a soffrire di Pavor è l&#8217;adulto «la componente psicologica, non radicata nel bambino, può essere molto forte».</p>
<p>Il pavor nocturnus non va confuso con altri tipi di parasonnie, come le allucinazioni ipnagogiche e le paralisi del sonno. «Sono due cose molto diverse – spiega il neuropsichiatra infantile -. Il pavor nocturnus o terrore notturno, specialmente se parliamo di quello che succede nei bambini, si verifica in pieno sonno profondo, quando ci sono le onde lente. C’è una coesistenza tra regioni del cervello che rimangono attivate e altre che producono questa attività tipica del sonno. In questo caso ci possono essere comportamenti come se la persona fosse estremamente spaventata o terrorizzata, però nella maggior parte dei casi i bambini non ne sono consapevoli, sono più spaventati coloro che assistono alla scena, come i genitori. Il bambino è spaventato dal punto di vista comportamentale, ma in genere il giorno dopo non ricorda nulla. C’è una fortissima differenza tra le allucinazioni ipnagogiche e il pavor nocturnus: la prima è una dissociazione tra veglia e sonno Rem, il secondo tra veglia e sonno Non-Rem. Al Centro del Sonno del Niguarda di Milano, abbiamo anche fatto alcuni studi in cui si vede che durante il pavor c’è un’attivazione di alcuni circuiti del cervello che sono quelli generalmente alla base dei comportamenti più arcaici e innati, legati quindi alla paura e alla fuga, mentre le regioni che restano nel sonno sono quelle frontali, legate alla razionalità e al giudizio, quindi quelle più connesse con la parte della coscienza. È come se il cervello a un certo punto perdesse il controllo su alcuni comportamenti innati e arcaici legati alla paura, mentre la parte legata alla razionalità continuasse a dormire. Ciò comporta una prevalenza di comportamenti, anche a volte inadeguati, di fuga e paura. Sono fenomeni che si verificano nei bambini ma possono succedere a volte anche negli adulti e risultare ancora più evidenti».</p>
<p>La paralisi del sonno è caratterizzato da atonia muscolare (l&#8217;opposto nel Pavor), si realizza nelle fasi iniziale o finale del sonno Rem (non-Rem nel Pavor) e può causare precise allucinazioni dette ipnopompiche e ipnagogiche. Insomma, ricorda ancora il responsabile del centro di Medicina del Sonno di Milano, paralisi del sonno e terrore nottunro «sono due cose molto diverse. Le paralisi del sonno e le allucinazioni ipnagogiche avvengono all’addormentamento o al risveglio. Sono dovute a una situazione in cui il cervello è parzialmente sveglio e parzialmente in sonno Rem, la fase in cui si sogna. Questa condizione può favorire la comparsa di dispercezioni e allucinazioni, ma la persona a cui accade ne è cosciente e una volta sveglia può raccontarle. Se sono associate alla paralisi del sonno, ad esempio, dirà che non riusciva a muoversi. Questa associazione con la paralisi è possibile proprio perché il sonno Rem è caratterizzato dalla presenza di atonia muscolare con impossibilità a muoversi anche se i muscoli respiratori continuano a funzionare. Accade, quindi, che la persona stia per addormentarsi, non riesca a muoversi, si spaventi e in più abbia anche delle allucinazioni. Per alcuni può anche essere terrificante, ma è una cosa assolutamente innocua».</p>
<p>Prevenire il Pavor.</p>
<p>Prevenire il pavor nocturnus è possibile evitando alcuni comportamenti non corretti e mettendo in pratica quelli consigliati dal dott. Nobili: «Le sostanze stimolanti possono favorire il pavor nocturnus, così come deprivare il bambino di sonno. Magari a volte per il gusto di stare di più col proprio bambino dopo una giornata di lavoro, lo si manda a letto un’ora più tardi, questo aumenta la “pressione” di sonno profondo nella notte seguente e ciò aumenta la probabilità che questi episodi si verifichino. Se il bambino ha una predisposizione ad avere questi episodi ed è raffreddato, cercate di farlo andare a dormire con le vie aeree più pulite possibile perché tutto ciò che disturba la respirazione può creare dei piccoli risvegli».</p>
<p>Con l’intento di rassicurare il proprio piccolo, lo portano nel proprio letto, ma dormire coi genitori non è la soluzione migliore. Come spiega lo specialista: «Rispetto al pavor nocturnus il dormire del bambino nel letto coi genitori può provocarne di più perché la possibilità di avere degli stimoli a causa del contatto fisico è ancora più alta. Di frequente i genitori mi riferiscono che quando il bimbo dorme con loro si muove ancora di più perché magari cerca il contatto fisico coi genitori», il che, accrescendo gli stimoli esterni, può facilitare nuovi attacchi di terrore. Per questo motivo è importante «insegnare al bambino a dormire da solo sia molto importante. Sicuramente nel pavor nocturnus il sonno del bambino è più tranquillo e meno movimentato quando dorme da solo».</p>
<p>Farmaci per terrori notturni frequenti.</p>
<p>Negli adulti che soffrono con frequenza di terrore notturno talvolta si deve ricorrere alle benzodiazepine, psicofarmaci con capacità sedative, così da ridurre la probabilità di un risveglio e quindi di un episodio di pavor nocturnus. Nei bambini, specie quando manifestano un Pavor nocturnus precoce, ci vuole ancora maggiore prudenza nella prescrizione di un rimedio: «Ci sono dei casi in cui gli episodi sono così frequenti che si cerca di far qualcosa dal punto di vista farmacologico. Se un bambino ha più episodi per notte più volte in una settimana allora può essere davvero disturbante per lui e la sua famiglia. Anche se non sono mai stati fatti degli studi veramente controllati che stabiliscano che un farmaco sia migliore di altri, è mia esperienza personale dare dei farmaci a dosaggi molto bassi che possano rendere più stabile il sonno e ridurre la frequenza degli eventi. Nei bambini si tende a non usare le benzodiazepine, anche se in alcune situazioni può capitare. Personalmente non sono molto favorevole. Nei bambini, anche se non c’è un’evidenza chiara, il triptofano può stabilizzare un po’ il sonno ed essere efficace per alcuni di loro».</p>
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		<title>Guida all’uso della tecnologia da: 0 a 6 anni</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2016 08:29:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[battilani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
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		<description><![CDATA[C’è un tempo per ogni cosa: questo è un principio pedagogico fondamentale. I passaggi della vita vanno rispettati ed ecco &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un tempo per ogni cosa: questo è un principio pedagogico fondamentale. I passaggi della vita vanno rispettati ed ecco allora qualche indicazione operativa per affrontare le sfide che il digitale ci pone per quanto riguarda i bambini più piccoli.</p>
<p>Tra le tante indicazioni operative che sono state date ai genitori negli ultimi anni condivido pienamente quelle esposte recentemente dallo psichiatra, psicanalista Serge Tisseron ricercatore dell’Università di Parigi, ed esperto sulle relazioni dei giovani e delle famiglie con Internet.</p>
<p>DA ZERO A TRE ANNI: SCHERMI VIETATI</p>
<p>L’infanzia non ha bisogno di videoschermi, non ha bisogno di una realtà virtuale. Prima dei 3 anni un bambino necessita di sviluppare competenze interagendo con l’ambiente attraverso esperienze sensoriali che utilizzino tutti e cinque i sensi. Solo questa interazione esperienziale consente di sviluppare le proprie risorse neuronali. È stato dimostrato che anche solo una televisione accesa nella stessa stanza dove un bambino piccolo sta giocando ne disturba l’attività, impedendo di sviluppare quella capacità di concentrazione attentiva così importante per il suo futuro. Scrive Goleman:</p>
<p>L’attenzione – in tutte le sue varietà – rappresenta una risorsa mentale poco considerata e sottovalutata, ma che riveste un’importanza enorme rispetto al modo in cui affrontiamo la vita. […] ci mette in connessione con il mondo, plasmando e definendo la nostra esperienza. ‘L’attenzione’ scrivono i neuroscienziati Michael Posner e Mary Rothbart‘ ci fornisce quei meccanismi che stanno alla base della nostra consapevolezza del mondo e del controllo volontario dei pensieri e delle emozioni’</p>
<p>(D. Golemman, Focus, op. cit. p. 11 e 15).</p>
<p>Il touch screen non è una vera esperienza sensoriale: c’è una superficie liscia che attiva stimoli visivi. Molti studi documentano un rapporto diretto tra la durata dell’esposizione agli schermi e le conseguenze sull’attenzione di bambini e ragazzi. Un bambino piccolo che fruisce un’ora di TV al giorno, è a rischio di sviluppare deficit di attenzione due volte superiore a chi non la guarda (A. Oliverio, Nativi digitali. Non lasciamoli soli con i media, Vita e Pensiero, 2/2014).</p>
<p>Occorre allora, soprattutto in questa fascia d’età, che i genitori curino i propri comportamenti. Non può funzionare il farsi vedere assorbiti dalla televisione, da un computer o da un telefono cellulare, magari talmente distratti da neanche accorgersi dei richiami dei figli. In quell’età i bambini sono molto inclini all’imitazione: se ci vedranno perennemente con in mano il telefonino ne vorranno uno.</p>
<p>DA TRE A SEI ANNI: IL TEMPO DELLE REGOLE</p>
<p>L’infanzia è il tempo delle regole che non sono imposizioni ma procedure educative per regolare il tempo e lo spazio comune. Mettiamo delle regole chiare, trasparenti, essenziali. È inutile sgridare i nostri figli perché passano le ore davanti ai videogiochi quando siamo noi ad averceli messi. Mettiamo la regola. La comunità scientifico-pedagogica internazionale su questo fronte è compatta: in questa fascia d’età mezz’ora di videoschermi al giorno è più che sufficiente, e l’accesso a internet è vietato. Questa è una fase importante per sviluppare alcune capacità collegate all’immaginazione o alla motricità fine e per implementare le competenze relazionali e sociali.</p>
<p>È ora che si può imparare a litigare bene con successo, anche dopo è possibile, certamente, ma man mano diventa più difficile. Occorre privilegiare le esperienze dirette, la manipolazione, l’interazione relazionale. I bambini litigano? Certo! È quello il loro compito evolutivo. Imparare a stare insieme, ad accettare la frustrazione a far emergere le risorse creative di cui normalmente in questa età così plastica sono incredibilmente dotati. Non lasciate che si anestetizzino davanti ai video schermi, permettetegli di stare all’aria aperta, a contatto con la natura, di fare esperienze corporee e mentali nuove. Il loro futuro ne trarrà immenso vantaggio.<br />
Daniele Novara</p>
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		<title>Facciamo entrare la lentezza nelle nostre vite: ecco 10 modi per farlo!</title>
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		<pubDate>Wed, 11 May 2016 08:47:27 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[lentezza]]></category>
		<category><![CDATA[stress]]></category>

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		<description><![CDATA[Viviamo in un mondo dove essere lenti è sinonimo di debolezza, di anormalità, di perdita di tempo. E così ci &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Viviamo in un mondo dove essere lenti è sinonimo di debolezza, di anormalità, di perdita di tempo. E così ci ritroviamo a correre per non perdere il nostro posto nel mondo, per essere riconosciuti socialmente normali e per non perdere alcun secondo del nostro tempo.</p>
<p>La lentezza è una nemica da vincere. I bambini non hanno il lusso nè di nascere nè di apprendere con calma, i fanciulli non hanno la possibilità di annoiarsi e di risolvere la loro noia nella creatività, gli adulti sono sempre di fretta. Nel lavoro, nelle relazioni, mentre mangiano, mentre pensano.</p>
<p>Fermarsi, ce lo hanno sempre detto, è perdere. Chissà che cosa poi!</p>
<p>Vorrei invece spezzare una lancia in favore della lentezza e invitare tutti a vivere più lentamente. La calma è una condizione necessaria all’uomo: lo protegge dallo stress, lo aiuta ad assaporare e a gustarsi la vita, allena la concentrazione e la riflessione, lo fa diventare saggio e sereno. Solo la lentezza può fare tutto questo.</p>
<p>La fretta, al contrario, uccide la concentrazione, fa regnare lo stress, ci fa ammalare, non ci permette di vivere bene. E il più delle volte è una fretta non motivata e quindi inutile e addirittura nociva. Ma allora perchè corriamo tanto?</p>
<p>L’unica situazione dove la corsa è giustificata è l’emergenza. In situazioni di pericolo dobbiamo correre, è una risposta istintiva che ci protegge dal pericolo imminente. Ma ai giorni nostri abbiamo confuso la quotidianità con l’emergenza e tutto ciò è davvero pericoloso per la salute e la serenità nostra e altrui.</p>
<p>Ormai corriamo per tutto e la beffa è che non ce ne rendiamo nemmeno conto. Abbiamo fretta di fare, di dire, di giudicare, di programmare e non rimane più lo spazio per vivere.</p>
<p>“Chi va piano va sano e va lontano” è un proverbio che dobbiamo tenerci bene a mente e che è applicabile in ogni sfera della vita, a qualsiasi età, riguardo ad ogni situazione.</p>
<p>Solo la lentezza infatti, può rendere più saldo un apprendimento, farci prendere una decisione ponderata, farci gustare una risata, permetterci di vivere ogni attimo della nostra vita come lo vive un bambino: gustandolo senza pensare al futuro o al presente.</p>
<p>Facciamo entrare la lentezza nelle nostre vite. Rendiamo le nostre giornate più lente, rilassanti, rigeneranti. La calma però non deve essere confusa con la noia! Vivere lentamente non vuol dire annoiarsi ma immergersi completamente in ciò che amiamo senza stimoli eccessivi, senza disturbi inutili, senza le altre mille cose che “dobbiamo” fare.</p>
<p>Facciamo una selezione di impegni, concentriamoci su ciò che ci fa stare bene, fermiamoci anche fisicamente più volte al giorno per sentire che siamo vivi e per renderci consapevoli di chi siamo e di cosa stiamo facendo. Esistono tanti modi costruttivi per costringerci amorevolmente alla lentezza: eccone 10!</p>
<p>1) Colorare un mandala</p>
<p>Abbiamo già parlato dei 9 benefici del mandala. E’ un’attività piacevole e rilassante che ci aiuta a vivere con più calma. L’obiettivo infatti non è terminare di colorare il mandala ma apprezzare l’atto stesso del colorare. E’ un invito a vivere il viaggio e a non essere sempre tesi verso la destinazione. Ogni mandala è composto in modo diverso l’uno dall’altro ma ciò che li contraddistingue tutti è la lentezza dell’esecuzione se lo si vuole fare bene. Ogni piccolo cerchio, ogni minuscolo triangolino, ogni spazio armonico e simmetrico ci conducono ad amare la lentezza.</p>
<p>2) Meditare</p>
<p>La meditazione è benefica sotto tanti punti di vista. Ci aiuta a focalizzarci sul presente, a fermarci fisicamente e mentalmente, a rigenerarci in questa pausa di vita. Se non siete esperti in quest’attività vi consigliamo 2 tecniche di meditazione per assaporare il presente e se la cosa vi è piaciuta o vi affascina vi consigliamo di cercare qualche corso di meditazione nella zona in cui abitate o dei libri sul tema.</p>
<p>3) Fare yoga</p>
<p>Lo yoga è strettamente correlato alla meditazione ma in più mette in campo anche il corpo. Come abbiamo già parlato in un nostro precedente articolo sullo yoga, questa danza immobile permette alla lentezza di essere la regina di ogni singolo movimento. Ogni posizione, ogni allungamento e ogni rotazione deve essere compiuta in modo lento, quasi sacro. Solo in questo modo è possibile trarne il massimo beneficio e diventare consapevoli del nostro corpo e della nostra mente.</p>
<p>4) Fare esercizi sulla respirazione</p>
<p>La respirazione è lo specchio del nostro vivere. Se respiriamo di fretta ed in modo prevalentemente toracico stiamo di sicuro sbagliando qualcosa. Dobbiamo riappropriarci del modo giusto di respirare perchè il ritmo che scandisce ogni attimo della nostra vita deve essere armonico, sano e funzionale al nostro benessere. Provate a fare l’esercizio della respirazione diaframmatica.</p>
<p>5) Ascoltate musica senza fare altro</p>
<p>La musica piace a tutti ma spesso la ascoltiamo facendo le pulizie o mentre lavoriamo o addirittura durante una corsa. Sbagliamo a considerare la musica semplicemente il sottofondo della nostra vita. Deve recuperare il giusto posto che merita. Dobbiamo prestarle massima attenzione altrimenti rischiamo di perdere i suoi benefici e di apprezzarla solo superficialmente. Prendetevi pochi attimi al giorno per ascoltare la vostra musica preferita (sarebbe meglio avere la possibilità di ascoltarla il più possibile dal vivo!) e immergetevi in essa, nei suoni, nelle parole, nelle emozioni che vi suscita. La musicoterapia è nata proprio perchè la musica ci fa stare bene!</p>
<p>6) Osservare i vostri cari mentre stanno facendo qualche attività</p>
<p>Siamo diventati sempre meno osservatori e stiamo perdendo questa importantissima attitudine innata. I bambini sono degli osservatori incredibili: da tanto che sono immersi in quest’attività rimangono letteralmente a bocca aperta. Noi adulti invece siamo convinti che se osserviamo qualcuno in attività senza fare altro è da nullafacenti, è un’attività che ci fa sentire in colpa o che consideriamo inutile. In realtà osservare il nostro bimbo mentre gioca o la nostra compagna mentre cucina o nostro fratello mentre legge è una delle attività più rilassanti e significative che l’uomo possa fare. Riusciamo a rilassarci nella concentrazione altrui, dedichiamo un’attenzione formidabile all’altro pur non dicendo nulla, assaporiamo la sua presenza in modo profondo. Provate a leggere l’articolo sul bambino concentrato per rendervi conto dello spettacolo a cui possiamo assistere ogni giorno e che invece spesso purtroppo ci perdiamo.</p>
<p>7) Liberare le menti e ascoltare chi parla</p>
<p>Parliamo con tante persone durante la nostra giornata ma con quante siamo completamente aperte all’ascolto? Poche, pochissime. Capita che il nostro vicino ci parli e invece di dargli tutta la nostra attenzione stiamo pensando all’appuntamento che abbiamo di lì a poco. L’esercizio che invece dobbiamo obbligarci a compiere sempre è quello di metterci in uno stato di empatia con chi abbiamo di fronte e rispondere al suo dialogo in modo presente e costruttivo.</p>
<p>8) Curare un orto</p>
<p>Avere un orto è un gesto rivoluzionario ed è anche terapeutico, si parla appunto di ortoterapia. Quando maneggiamo la terra, siamo in contatto con la luce solare, curiamo per tanto tempo prima i semi, poi le piantine ed infine le verdure ed i frutti siamo in una condizione di concentrazione meravigliosa. L’allenamento alla lentezza con un orto è formidabile: non possiamo mettere fretta ai semi di crescere, possiamo solo ammirare giorno per giorno ogni piccolo cambiamento e la verdura che alla fine assaporiamo avrà un sapore davvero speciale.</p>
<p>9) Coltivare un hobby</p>
<p>Fare qualcosa che piace è già di per sè terapeutico e allena la concentrazione. Spesso lo consideriamo un’attività che porta via tempo alla nostra quotidianità e releghiamo il nostro hobby in un angolino, dandogli poca importanza. Anche il nostro hobby invece dovrebbe riprendersi il posto che si merita. Fare ciò che ci piace ci aiuta a stare meglio, ci rilassa, ci rigenera, mette in moto la sana creatività. Cerchiamo di coltivarlo il più possibile facendo pulizia del tempo che abbiamo: spesso infatti diciamo di non aver tempo per tante cose ma forse è perchè utilizziamo il nostro tempo in modo sbagliato.</p>
<p>10) Liberare le emozioni</p>
<p>Questo è forse il più importante dei modi di vivere la lentezza. Se liberiamo le emozioni, anche le più insensate, superficiali ai nostri occhi, le più piccole il nostro mondo interiore si libera e ha lo spazio per rigenerarsi ed arricchirsi. Non dobbiamo correre il rischio di accumulare emozioni per la paura di riversarle all’esterno o per il poco tempo di viverle. Lentamente assaporiamo la tristezza, la rabbia, la felicità. Parliamo con chi ci sta vicino di questo nostro mondo interiore, elaboriamolo insieme, non teniamo dentro di noi inutilmente e in modo egoistico, può diventare un modo pericoloso di vivere!</p>
<p>Buona vita lenta ad ognuno di voi!</p>
<p>Elena Bernabè</p>
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		<title>10 parole per descrivere l’infertilità</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2016 08:36:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[battilani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[coppia]]></category>
		<category><![CDATA[infertilità]]></category>

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		<description><![CDATA[Due settimane fa, ho scritto un post sul viaggio esilarante ed esasperante dei genitori con bambini piccoli. Ma per sette &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Due settimane fa, ho scritto un post sul viaggio esilarante ed esasperante dei genitori con bambini piccoli. Ma per sette strazianti anni di infertilità, mia moglie Mary ed io avremmo dato qualsiasi cosa per avere figli, non importa quanto possa essere difficile.<br />
Ecco le dieci parole che userei per descrivere come ci sente quando si è infertili:</p>
<p>1. Soli. Abbiamo visto una coppia dopo l’altra aspettare un bambino, i nostri migliori amici inclusi. Quando ci hanno chiesto di festeggiare con loro, poi siamo tornati a casa, tra noi c’era solo il silenzio. Ci sentivamo persi, tristi, ancora più di prima. Eravamo contenti per loro; ma sempre più tristi per noi.<br />
OK, può accadere di tornare a casa e piangere tutte le tue lacrime quando i tuoi amici ti dicono di aspettare un bambino.</p>
<p>2. Esposti. Chiunque ti da consigli, e alcuni riescono a dirti cose incredibilmente stupide. Il mio preferito: “Devi solo smettere di cercarlo!” Alcune persone vogliono conoscere ogni dettaglio straziante di quello che stai facendo per rimanere incinta. Improvvisamente, la tua vita privata diventa oggetto di una conversazione casuale. Una volta che la gente sa che stai cercando di avere un bambino, vuole sapere come sta andando, se hai fatto l’inseminazione artificiale, se hai considerato di farla, e come ci si sentiva in quella piccola stanza bianca con la sedia in pelle e riviste hot.<br />
OK, evitare la domanda, sorridi e cambia argomento. Tieni per te la tua vita privata, fatta eccezione per qualche amico intimo.</p>
<p>3. In attesa. Controlli in continuazione il calendario, chiedendoti se puoi pianificare quella vacanza, o quel viaggio di lavoro, perché potrebbe essere accaduto, potresti aspettare un bambino.  Poi abbiamo smesso di farlo, perché non avremmo potuto vivere ancora con i “e se“.<br />
OK, va bene un mese o due; poi devi vivere la tua vita. Può sembrare difficile, ma alla lunga, si creerà più stress se ti intrappoli nel non poter programmare nulla. Abbiamo anche sperimentato che fa molto bene prendersi un mese di pausa di tanto in tanto.</p>
<p>4. Invase. Questo vale per le donne, tante cose verranno in contatto con voi, il vostro corpo(sonde, aghi, farmaci) e tanti sanitari che “controllano”. Anche il sesso, in balia di un calendario o di una lettura della temperatura, può sembrare invasivo. La perdita di controllo può quasi fondersi in una perdita di sé. Mai più, ci si sente come all’inizio, non c’è sosta, finchè non rimani incita.<br />
E’ bene esplicitare di cosa avete bisogno, e va bene circoscrivere i vostri confini in qualsiasi modo possibile.</p>
<p>5. Imbarazzati. Durante una delle prime visite, quando mi è stato dato il contenitore e ho solennemente inaugurato la piccola stanza, mi è accaduto di incontrare immediatamente dopo delle persone che conoscevo, naturalmente avevano con loro il proprio bambino. Io invece avevo questo contenitore al cui interno c’erano cose veramente personali. Mi hanno chiesto: “Cosa ci fai qui?” Voglio dire, che ne dici?<br />
OK, ridi di te stesso qualche volta. Anche perchè quando incontri qualcuno con il tuo contenitore in mano, non puoi fare altro…</p>
<p>6. Arrabbiati. Sleale è la password quando si entra nel club dell’ infertilità. Mary racconta la storia di un amico che le chiedeva se era arrabbiata con Dio. «No!» Sbottò. “Sono arrabbiata con le donne in gravidanza!” Lei sapeva che era irrazionale, ma sapeva anche che le faceva bene essere onesta con se stessa e con la persona giusta. In realtà, potrebbe essere normale essere arrabbiati con Dio, e potrebbe essere necessario trovare luoghi sicuri per essere onesti anche su questo.<br />
OK, fa bene esprimere il proprio buio, anche se ciò ti imbarazza, perché fa bene alla tua anima. Ma nei posti giusti, con le persone giuste.</p>
<p>7. Stressati. Anche se sembra che lo stress riduce le possibilità di rimanere incinta, l’American Society for Reproductive Medicine ritiene che non vi è alcuna prova che lo stress provoca infertilità. Inoltre, prova a sforzarti di “non essere così stressato“. C’è da dire che non aiuta sentirsi dire ” devi solo smettere di cercare.” Ognuno di noi ha un amica che è stata infertile per 73 anni, poi un giorno ha smesso di cercarlo, ed è rimasta incinta. Questo a noi non è successo.<br />
OK essere stressati. Non stressarsi per lo stress cercando di non essere stressati è assolutamente sciocco.</p>
<p>8. Disperati. Il ciclo della speranza e della disperazione insieme all’infertilità può mandarti fuori di testa. Ricordo l’eccitazione del primo ritardo di Mary, sperando che poteva essere la volta giusta, che poteva accadere! Poi, pochi giorni o ore più tardi, quando mi ha detto “è arrivato”, avrei voluto sprofondare nella disperazione. L’alternativa è di temperare la vostra speranza. Dopo circa un centinaio di mesi di sperimentare questo ciclo, abbiamo scoperto che la strada migliore è quella di continuare a sperare, e se non accade, si piange. E ‘troppo difficile far finta che non sei eccitato e che non sei depresso. Essere eccitato. Essere depresso.<br />
OK sperare, e OK piangere. Continuo a sperare e continuo a piangere.</p>
<p>9. Persi. Non doveva esere così. Questo non è quello che ho sempre sognato sarebbe stato. E non si sa come andrà a finire.<br />
OK, se non si riesce a controllare le emozioni. Sii gentile con te stesso se non riesci a mantenere il controllo.</p>
<p>10. Ambivalenza. Ogni volta che si deve passare attraverso un altro tipo di trattamento, ti chiedi: “Ne vale la pena? ” Respira, e chiediti quanto vuoi un bambino.<br />
OK, può accadere che a volte vuoi, a volte no. E’ normale.</p>
<p>Se stai lottando con l’infertilità, questo per te può essere un momento così buio. Parlane con il tuo compagno, condividete ciò di cui avete bisogno, e ogni viaggio sarà diverso. Dovete darvi il permesso di fare questo viaggio in qualunque modo ha più senso per voi.<br />
La mia benedizione per voi: Dio vi darà quello che vi serve, quando serve, più e più e più volte.</p>
<p>Questo post pubblicato su The Actual Pastor è stato adattato per Psicologi@Lavoro</p>
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		<title>I bambini hanno diritto alla lentezza</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2016 08:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[battilani]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[lentezza]]></category>
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		<description><![CDATA[Sempre più numerosi i ragazzi e bambini, dalla vita apparentemente normale, che si presentano al Pronto Soccorso con un disagio &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sempre più numerosi  i ragazzi e bambini, dalla vita apparentemente normale, che si presentano al Pronto Soccorso con un disagio psichico che nasconde un grande dolore: iperstimolati, addestrati a primeggiare,  incapaci di trovare la forza di reagire ad una delusione. E&#8217; quanto è emerso nel dialogo ad Educa tra la dottoressa Costanza Giannelli, direttrice dell&#8217;Unità ospedaliera di Neuropsichiatria infantile dell&#8217;Ospedale S. Chiara di Trento, il maestro Franco Ulcigrai, Cofondatore della scuola Steineriana il Cerchio di Rovereto  e Maurizio Camin, direttore della cooperativa sociale L&#8217;Ancora.</p>
<p>&#8220;Pigiama party alla scuola materna, tre lingue in prima elementare, corsi di arti circensi, musica, gare di sci, la media del nove. Ai bambini viene chiesto di essere sempre più intelligenti, dotati, abili e capaci. Troppo desiderare, troppo avere, troppo sapere, troppe soglie buie varcate in anticipo, con corpo fragile, senza corazza e senza la spada giusta&#8221;. E&#8217; questo il pensiero di Costanza Giannelli che disegna i genitori moderni come i responsabili, a volte inconsapevoli, di un grande dolore inflitto nei bambini, perché &#8220;è più facile vantarsi della luce dell&#8217;intelligenza del proprio figlio piuttosto che della zona d&#8217;ombra dove si muove la consapevolezza&#8221;. E così i bambini si trovano prima o poi ad imbattersi nell&#8217;indifferenza, nella delusione e nel fallimento senza strumenti per poterli affrontare. &#8220;Umiliati e feriti a morte non riescono a reggere lo sguardo dell&#8217;altro, si blindano nel rifugio solitario e meditano la vendetta. E così il web diventa uno specchio senza confini e senza regole, un luogo dove cancellare il disonore e la vergogna, dove si può apparire e scomparire senza regole e responsabilità&#8221;.</p>
<p>Costanza Giannelli si augura che dopo quest&#8217;era falsamente buona e illuminata, ne nasca una nuova dove &#8220;un bambino molto intelligente abbia la possibilità di trovare maestri speciali che gli insegnino a tornare indietro, gli mostrino il volto del fiore e dell&#8217;animale e, finalmente, possa trovare la quiete.&#8221;</p>
<p>Anche Franco Ulgigrai chiede ai genitori di non avere fretta e di ripensare al momento in cui il bambino è pronto per iniziare la scuola primaria. &#8220;Spesso già a cinque anni si trova seduto al banco di scuola, senza aver raggiunto la maturità sociale, e privato dell'&#8221;anno del re&#8221;, quel periodo importante in cui il bambino si sente più grande e può dare il suo contributo ai compagni più piccoli. Iniziare la scuola senza la maturità necessaria, porta facilmente il piccolo a vivere un senso di inadeguatezza&#8221;. Ulcigrai riporta, inoltre, l&#8217;esperienza positiva dell&#8217;asilo nel bosco organizzato in Alto Adige, &#8220;dove i bambini devono seguire solo le regole del mondo e della natura senza mete, sul binario della massima tranquillità e serenità&#8221;.</p>
<p>Dello stesso parere il direttore della cooperativa Arianna di Trento, Maurizio Camin, il quale racconta come ogni giorno veda adolescenti non ascoltati, affaticati e ingabbiati all&#8217;interno di regole. &#8220;Giovani che parcheggiano il corpo a scuola, ma hanno anima e interessi fuori, che fanno fatica a stare al mondo, perché non riescono a pensarsi nel futuro&#8221;.</p>
<p>Francesca Gennai, vicepresidente del consorzio Con.solida, che ha moderato l&#8217;incontro, ha provato a trarne le conclusioni &#8220;le esperienze che abbiamo ascoltato oggi, ci ricordano che dobbiamo garantire ai bambini il diritto alla lentezza, alla natura, alla selvatichezza, alla ferita, alla noia, al vuoto e soprattutto ad essere ascoltati&#8221;.</p>
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